Alberto Zampieri: una mostra che non riesce a stare dentro

Al Ruzzini Palace Hotel un incontro con l’artista veneziano diventa un viaggio attraverso trent’anni di ricerca. Dipinti, collage, sculture e installazioni raccontano un percorso che dalle sale dell’hotel arriva alle finestre e alla calle, interrogando chi passa sul tempo, sull’identità e sulle nuove solitudini.

Alberto Zampieri al Ruzzini Palace Hotel durante il nostro incontro.

Ci sono mostre che si visitano seguendo un percorso già scritto. E poi ce ne sono altre che sembrano continuare a trasformarsi mentre le attraversi.

L’incontro con Alberto Zampieri al Ruzzini Palace Hotel appartiene decisamente alla seconda categoria.

Zampieri mi aspetta nella hall, il catalogo tra le mani. Ma restiamo seduti per poco. Quasi subito comincia a muoversi tra le sale, a indicare un quadro, una scultura, un dettaglio. Ogni opera ne richiama un’altra, ogni immagine apre una storia. E quella che inizialmente avrebbe dovuto essere un’esposizione circoscritta alle opere più recenti si rivela presto qualcosa di molto più ampio.


«Da quello che si doveva fare, poi si è aperto anche fuori», racconta.


Ed è probabilmente questa la frase che meglio descrive ciò che è accaduto.


La mostra ha finito infatti per comportarsi quasi come un organismo autonomo: ha occupato nuovi spazi, recuperato lavori appartenenti a stagioni diverse della ricerca dell’artista, messo in relazione pittura e scultura, collage e installazione. Fino a oltrepassare fisicamente le mura dell’hotel e affacciarsi su Venezia.

Un percorso che attraversa il tempo


Zampieri racconta le opere senza seguire necessariamente una cronologia. Torna indietro, anticipa, collega. Un lavoro degli anni Novanta può trovarsi accanto a uno del 2020; una scultura rimanda a un dipinto; un dettaglio apparentemente secondario riapre un capitolo della sua ricerca.


È un modo di procedere che restituisce bene la continuità del suo lavoro.

Davanti a un'opera del 1999 ricorda la sperimentazione con vernici, marmo e materiali differenti, assemblati insieme quando già cercava di superare i confini tradizionali della pittura. Altrove compaiono le mezze lune, le forme circolari, elementi naturali che ritornano e si trasformano.


Poi ci sono i collage.

Intorno al 2020 Zampieri attraversa una fase nella quale frammenti ritagliati – anche da libri di architettura – entrano nella composizione pittorica. Bisogna avvicinarsi per scoprirli. Da lontano sembrano parte della superficie; osservati da vicino rivelano invece figure, edifici, piccoli elementi che modificano il significato dell'immagine.


«Bisognerebbe andare con la lente», dice davanti a uno dei lavori.


Non è soltanto una tecnica. È un invito a guardare due volte.

Il quadro come pagina di un racconto


A un certo punto della nostra conversazione compare un nome inatteso: Max Ernst.

Zampieri racconta l’incontro con Une semaine de bonté, il celebre romanzo-collage dell’artista surrealista, scoperto durante un viaggio a Parigi. Un libro costruito attraverso immagini, capace di produrre una narrazione senza affidarsi alla struttura tradizionale del romanzo.

La scoperta gli fa riconoscere qualcosa che, in modo diverso, apparteneva già alla propria ricerca.

Per circa dieci anni Zampieri ha infatti lavorato a un suo personale “romanzo per immagini”, il suo "10 anni di bontà": poche opere, realizzate lentamente, legate tra loro da una linea narrativa. Il dipinto rimane sempre autonomo, ma il titolo e il racconto che lo accompagna aprono un secondo livello di lettura.


«Alla fine rimane il quadro come prima cosa», precisa.


Ed è importante. Perché nelle sue opere la componente narrativa non serve a spiegare l’immagine. La accompagna, talvolta la contraddice, più spesso lascia aperto uno spazio.

Lo spettatore può fermarsi davanti alla superficie oppure decidere di entrare nel racconto.

Energia, discontinuità, movimento


Parlando delle opere Zampieri torna spesso su una parola: energia.



Non la intende soltanto come qualità formale. È qualcosa che riguarda il modo stesso di affrontare l’esistenza.

Nel raccontarsi ricorda anche una difficoltà personale, quella di entrare in relazione con gli altri, e una scelta apparentemente lontanissima dall’arte: lavorare per un periodo come agente di commercio, costringendosi così a incontrare persone, stringere mani, parlare, esporsi.

Una sorta di esercizio contro sé stesso.

Quel confronto con il limite ritorna nella sua ricerca. Nella tensione delle forme, nelle linee spezzate, negli elementi che sembrano attraversare o interrompere la superficie.


È quella che Zampieri chiama “discontinuità”.


Non necessariamente una rottura negativa. Al contrario: può essere il momento nel quale qualcosa costringe a cambiare direzione.

Anche la mostra al Ruzzini sembra nascere dalla stessa dinamica. Ogni volta che il percorso avrebbe potuto considerarsi concluso, è accaduto qualcosa che lo ha rimesso in movimento.

Quando la mostra esce dall’hotel


Ed è proprio qui che il progetto diventa particolarmente interessante.

A un certo punto le sale non bastano più.

L’opera comincia a dialogare con l'edificio e poi con ciò che si trova oltre le sue finestre. Venezia non è più soltanto il luogo che ospita la mostra: diventa parte della mostra.

Per rendersene conto bisogna uscire.

In una calle sul retro del Ruzzini Palace Hotel, dietro una grata veneziana, appare una ragazza.

È seduta sul davanzale. Indossa abiti contemporanei, tiene in mano uno smartphone, ma il suo volto non possiede lineamenti riconoscibili.

L'opera è Solitudine di ragazza, in falsa compagnia.

Da lontano potrebbe quasi sembrare una presenza reale. È proprio questa ambiguità a costringere chi passa a fermarsi.

La ragazza ha una compagnia continua – il telefono, le notifiche, il mondo digitale – eppure è radicalmente sola.

La grata che la separa dalla calle accentua il paradosso: sembra proteggerla, ma contemporaneamente la imprigiona.

Il volto cancellato rende la figura ancora più universale. Non sappiamo chi sia. E proprio per questo potrebbe essere chiunque.



Il teatro delle ombre


Ma l’installazione non è destinata a rimanere immobile. Zampieri l'ha concepita come un'opera in evoluzione, una sorta di teatro che si costruisce progressivamente nello spazio urbano.

Alla ragazza si aggiungono due nuove presenze: il Real ghost e il Folletto.

Il primo rappresenta il lato perturbante. È l’Ombra, la materializzazione delle ansie e delle paure che sembrano provenire dall'esterno ma che, in realtà, appartengono alla stessa dimensione interiore della protagonista.

Il Folletto agisce invece in direzione opposta.

Zampieri ribalta deliberatamente l'immagine tradizionale della creatura dispettosa o ambigua e ne fa una presenza positiva, quasi un custode: una forza capace di intervenire quando l'azione distruttiva del fantasma rischia di prendere il sopravvento.


La finestra diventa così un piccolo palcoscenico della psiche.


Da una parte l'angoscia, dall'altra la capacità di contenerla. In mezzo, immobile, la ragazza continua a guardare il proprio telefono.


Nessuna delle due forze, tuttavia, garantisce una soluzione. Fantasma e Folletto possono continuare indefinitamente a contrastarsi, lasciando la protagonista prigioniera della stessa immobilità dalla quale avrebbero dovuto liberarla.


Ed è qui che Zampieri ha già immaginato un ulteriore atto.


A settembre dovrebbe arrivare una nuova presenza: Nichel, elemento destinato a interrompere il conflitto e introdurre nell’installazione una forza trasformativa.


L'opera che vediamo oggi, dunque, non è ancora conclusa.

Venezia come spazio dell’opera


È forse questo l'aspetto più affascinante dell'intero progetto.

All'interno del Ruzzini Palace le opere dialogano con saloni, arredi, lampadari, finestre, soffitti e superfici di un palazzo veneziano. Fuori, invece, il linguaggio cambia completamente.

Non esiste più una soglia chiara tra spazio espositivo e città.

Il passante che percorre la calle può non sapere nulla di Alberto Zampieri. Può ignorare che nell'hotel sia in corso una mostra. Eppure incontra improvvisamente una figura seduta dietro una grata e, magari soltanto per qualche secondo, rallenta.


È già entrato nell'opera.


La città diventa così parte del dispositivo artistico: le finestre sono quinte teatrali, la facciata diventa superficie espositiva, la calle una platea involontaria.

Ed è significativo che tutto questo avvenga proprio a Venezia, una città nella quale da secoli interno ed esterno, scena e vita quotidiana, apparizione e realtà si sovrappongono continuamente.

«Quanto siamo realmente soli mentre crediamo di essere in compagnia?»

Alla fine del nostro incontro torniamo al punto da cui eravamo partiti: le opere.

Ma dopo aver ascoltato Zampieri è difficile guardarle come oggetti isolati.

Ci sono trent'anni di sperimentazioni, cambiamenti, ritorni, materiali e linguaggi. C'è la pittura che incontra il collage. Ci sono marmo, materia, scultura. C'è il desiderio di raccontare attraverso immagini. C'è un artista che continua a modificare il proprio lavoro e che, mentre allestisce una mostra, continua in qualche modo a crearla.


E poi c'è quella ragazza alla finestra.


Seduta dietro una grata, con uno smartphone tra le mani e un volto nel quale non possiamo riconoscere nessuno.

O forse possiamo riconoscere tutti.

Perché alla fine Solitudine di ragazza, in falsa compagnia trasferisce la domanda dalla figura allo spettatore.

Quanto siamo realmente soli mentre crediamo di essere in compagnia?


Forse è proprio questo il punto in cui la mostra di Alberto Zampieri smette definitivamente di stare dentro un hotel e comincia a riguardare chiunque passi di lì.


INFORMAZIONI

Alberto Zampieri – Discontinuità di Nichel
Mostra personale a cura di
Regina Art Gallery

Ruzzini Palace Hotel
Castello 5866, Campo Santa Maria Formosa
Venezia

Fino al 22 novembre 2026

Il percorso espositivo si sviluppa negli spazi del Ruzzini Palace Hotel e prosegue all’esterno dell’edificio, coinvolgendo la facciata e lo spazio urbano circostante, tra Campo Santa Maria Formosa e Ponte de Borgoloco.

Ingresso libero.